Lore

Le cronache di Bolas: sussurri di tradimento

Nonna era una donna formidabile, e un tempo era conosciuta come Yasova Artiglio di Drago del clan Temur. Ora che quel titolo era stato messo al bando dal signore dei draghi, veniva chiamata Prima Madre della tribù Atarka. L’anziana donna era in piedi in mezzo a un mucchio di macigni di fianco alla carcassa ancora calda di un discendente della covata morto. Ma, invece di esaminare il drago, aveva lo sguardo basso, posato su un giovane la cui spalla presentava un taglio superficiale causato da un artiglio di drago. Il suo sangue trasudava sopra il lucente marchio di un guerriero del fuoco spettrale, che si inarcava sulla spalla per poi scendere sul petto.
“Ci hai nascosto la tua magia, Tae Jin. Pagheremo con le nostre vite se i draghi scoprono che abbiamo donato rifugio ad un guerriero del fuoco spettrale. Dimmi tutta la verità, o mi costringerai ad ucciderti.”
Naiva suppose che la lama di fuoco spettrale che Tae Jin poteva evocare utilizzando la sua magia Jeskai proibita sarebbe potuta essere una sfida anche per le abilità di combattimento di Nonna, forse perfino per l’intero gruppo di caccia, ma il giovane si inginocchiò, chinando la testa umilmente. Non proferì minacce. Non fece l’arrogante. Eppure non tremava nemmeno. Non aveva paura di lei, né di morire.
“Mia madre era una scriba al servizio di Shu Yun, prima della caduta. Sopravvisse all’epurazione di Ojutai e dedicò la propria vita a salvare ciò che poteva della storia e della conoscenza della Via Jeskai. Ben pochi girovaghi ed esploratori riuscirono a fuggire e nascondersi nelle montagne. Queste persone sono tutto ciò che rimane delle vecchie tradizioni. Mia madre mi inviò nelle terre selvagge per studiare con l’uomo che successivamente divenne il mio maestro. È lui che mi ha inviato qui da te. Mi ha insegnato la via della lama di fuoco spettrale così che non andasse perduta.”

Lama di Fuoco Spettrale | Illustrazione di Cyril Van Der Haegen
“Che tu sia un guerriero del fuoco spettrale è una spiacevole sorpresa”, disse Nonna. “È forse una specie di trappola orchestrata da Ojutai? Questo è esattamente il tipo di trucchetto che utilizzerebbe un avversario astuto e senza scrupoli per far uscire allo scoperto la propria preda. Dove la preda sarei io, e ciò che crede che io sappia.”
“Il mio maestro ricevette una visione dallo Spirito Drago.”
“Ugin è morto.” Naiva pensava che, a quanto pareva, avrebbe dovuto continuare a ripetersi. “Non è vero, Nonna?”
“Vai avanti, Tae Jin.” Nonna alzò una mano per intimare Naiva al silenzio.
Quel gesto, compiuto con quella noncuranza, fece irritare molto Naiva. Tae Jin non la guardò nemmeno mentre lui rispondeva.
“Sì, Ugin è morto, ma il mio maestro ha ugualmente ricevuto una visione. Lo Spirito Drago gli disse che era giunto il momento di condividere la storia narrata ai nostri antenati Jeskai.”
“Una storia che non avevo mai sentito e di cui non ero a conoscenza.” Nonna sbuffò per sottolineare il suo dispiacere. “A Shu Yun piacevano i suoi segreti-”
“E non è l’unico”, borbottò Naiva, nonostante fosse consapevole di quanto risultasse infantile ed irrispettosa.
Baishya le diede una gomitata, accompagnata da un sibilo di disapprovazione.
Nonna continuò a parlare come se non fosse stata appena interrotta. “-quindi non mi sorprende che si sia tenuto per sé la storia di Ugin.”
“La Via Jeskai è sull’orlo di un precipizio. Il mio maestro dice che se la storia viene conosciuta in più di un luogo, allora è più probabile che sopravviva.”
“Che sopravviva a quale scopo?” Chiese Naiva. “Ora sono i draghi che comandano. Le vecchie tradizioni sono soltanto un cadavere da far consumare agli avvoltoi.”
“Se perdiamo il passato, perdiamo noi stessi”, la rimproverò Nonna. Fece scorrere una mano sul suo mantello, ricavato dalla pelle del suo adorato Anchin, e stava per dire qualcos’altro se Fec non l’avesse richiamata a bassa voce.
L’anziano orco si era arrampicato in cima ad una pietra piatta, con la sua figura che proiettava un’ombra sempre più scura man mano che la luce del sole calava. In alto brillavano alcune stelle, ma lui fissava verso l’orizzonte spoglio di qualsiasi luce. Alzò il volto in aria e prese un profondo respiro.
“C’è una tempesta in arrivo”, disse.
Le nuvole a nord si erano accumulate in modo incredibile al di sopra delle aspre terre di confine che Atarka considerava essere il limitare del suo territorio di caccia. I bagliori dei fulmini attraversavano le vette più alte, come colpi di luce che divampavano e poi morivano. Erano decisamente troppo lontani per udire i tuoni.

Isola | Illustrazione di Florian de Gesincourt
“È una tempesta draconica, e si sta avvicinando velocemente”, aggiunse Fec. “Conosco bene il loro odore e sapore.”
Nonna corrugò la fronte. “Non mi piace essere così vicina a dei draghi morti, ma non possiamo resistere ad una tempesta draconica allo scoperto, nella tundra. E di notte è ancora più pericoloso. Ci ripareremo nelle rocce finché non passerà. Esaminerò la ferita del giovane una volta che saremo al riparo. Riesci a camminare?”
Prima che Tae Jin potesse rispondere, Fec intervenì. “Avete già consumato molta energia per curarlo, Prima Madre. Se ne usaste ancora, finirete col ferirvi.”
“Riesco a camminare.” Tae Jin digrignò i denti mentre si metteva in piedi. Quando Naiva si fece avanti per aiutarlo, lui le fece un gesto per allontanarla, e Baishya le prese un gomito come se pensasse che la sua gemella non avesse potuto cogliere le ragioni dietro quel gesto.
Nonna ordinò a Matak, Oiyan e al silenzioso ainok Darka di fare la guardia attorno all’entrata nascosta della camera all’interno delle rocce. Gli altri dovettero piegarsi quasi completamente su sé stessi per riuscire a passare nel basso cunicolo traforato da numerose cavità che fungevano da piccole canne fumarie. Nessun drago sarebbe mai riuscito ad entrare, e i vari sfiati servivano a dissipare qualsiasi soffio infuocato prima che potesse raggiungere la camera centrale. Nelle profondità della roccia, Rakhan accese un fuoco. Alla sua flebile luce, Nonna esaminò il taglio.
“È superficiale e si curerà da solo. Ragazze, fate la guardia al nostro ospite.”
“Dove stai andando?” chiese Baishya.
“Per me e per Fec è una rara opportunità di procurarsi il fegato e i cuori del discendente, visto che il suo ventre è già stato tagliato e aperto. Atarka non dovrà mai saperlo.”
“Non ti serve il mio aiuto, Nonna?” chiese Baishya, proprio mentre Naiva stava dicendo: “Mi piacerebbe vedere come sono le interiora di un drago!”
“Con una tempesta draconica in arrivo, non oggi. Voi due state qui, al coperto.”
“Sì, Nonna”, disse Baishya, obbedendo.
Naiva era furiosa, ed esalò rumorosamente un respiro. Avrebbe voluto protestare, ma non di fronte allo straniero.
Nonna le pizzicò una guancia. Non aveva un tocco delicato, ma quel gesto era un segno d’affetto, nonostante facesse male. “Puoi trattare il taglio del ragazzo, Naiva.”
Lei uscì insieme a Fec, lasciando Rakhan e Sorya ad immergere nell’acqua bollente la carne secca dalle loro provviste. Baishya lanciò a Naiva uno sguardo interrogatorio, come per dire “Che problemi hai?”. Naiva distolse lo sguardo mentre Tae Jin si sedeva sul terreno, togliendosi delle gocce di sangue dal viso.
“Ti fa male?”, gli chiese lei.
“Non tanto da darmi fastidio.”
Baishya scaldò sul fuoco dell’acqua infusa con petali di fiori di brunella in una piccola pentola di rame. Strizzò poi un panno umido. Naiva glielo tolse di mano, ma poi esitò. La nuda pelle di Tae Jin brillava alla luce del fuoco. Il pensiero di toccarlo, anche se con un panno, le appesantì il respiro, come se fosse stata sorpresa in mezzo a una tempesta di ali che continuavano a sbattere.
Tae Jin intercettò il suo sguardo ed annuì, per farle capire che accettava di essere medicato da lei. Con un piccolo sussulto, si tolse la tunica strappata, scoprendo la sua pelle ambrata e i muscoli scolpiti delle spalle e del petto.
Lei si schiarì la gola quasi involontariamente, conscia del malizioso sguardo di Bai puntato su di lei con divertimento. Come se Bai non stesse provando qualcosa di altrettanto imbarazzante! Eppure si rese conto che lei e la sua gemella non avevano mai parlato degli altri giovani e di quanto fossero attraenti. Bai rivolse la sua attenzione al lavaggio del sangue umido dalla tunica in un profondo taglio nella roccia. Naiva si sentì un po’ più sicura, vedendo che il petto muscolo del giovane non era soggetto all’interesse della sua gemella.
Con le labbra leggermente piegate in un sorriso, tamponò attentamente il sangue dal taglio superficiale, in tutta la sua lunghezza, fino ad arrivare al marchio lucente. Il respiro di lui era sempre rimasto regolare anche se, per una volta o due, le sue pupille tremolarono. Dopo un po’, passò il panno ora sporco di sangue a Baishya e spremette sulla ferita la linfa di alcune foglie appena raccolte.
“Che erbe sono queste? Non crescono sulle nostre montagne.”
“La chiamiamo cura-tutto perché impedisce alle ferite di infettarsi ed allevia le contusioni”, disse lei, e continuò, senza fermarsi: “Quanti anni avevi quando tua madre ti inviò nelle terre selvagge?”
“Dodici anni.”
“L’hai mai più rivista?”
“No.”
“Ti manca?”
L’espressione seria di lui le fece desiderare di avergli domandato qualcosa che l’avesse fatto sorridere. “Certo che mi manca. È una donna colta e realizzata. Come ho già detto, è una delle poche scriba al servizio di Shu Yun che è sopravvissuta alla caduta. Aveva sempre saputo che il suo dovere era quello di inviarmi nelle terre selvagge. Cosa mi dici di te?”
“Nostra madre è morta. Atarka la uccise perché era una sussurratrice.”
“Una sussurratrice? Avete già utilizzato questa parola. Non la conosco.”
“Indica uno sciamano, come quelli del tuo popolo.” Baishya toccò le costole di Naiva col gomito, per ricordarle che solamente gli sciamani Temur erano a conoscenza del segreto dei sussurri, il modo di comunicare direttamente nella mente degli altri sciamani. Naiva sapeva dell’esistenza di questa abilità perché le due ragazze condividevano ogni cosa, come parte del legame che le univa come gemelle. Ma, a quanto pare, ora non era più così.

Sussurratrice delle Terre Selvagge | Illustrazione di David Gaillet
Lui spostò lo sguardo tra loro due, leggendo qualcosa nelle loro espressioni. “È vero che i draghi temono la magia. Temono tutto ciò che credono di non poter controllare o che non gli appartiene.”
“Ne vale la pena?” chiese Naiva, non riuscendo a nascondere completamente l’amarezza nel suo tono di voce.
“Cosa intendi?”
“Perdere le nostre madri. O chiunque, in realtà, solamente per poter mantenere vive le antiche tradizioni. Ora sono i draghi che ci dominano. Forse è meglio dimenticare ciò che hanno proibito.”
“È meglio per chi? Meglio per i signori dei draghi, quello è certo. Ma cosa mi dici del rispetto e del dovere che dobbiamo ai nostri antenati?”
“Forse è meglio lasciar andare i morti e concentrarci sulla caccia e sulla sopravvivenza di oggi.”
Lui le lanciò uno sguardo di disapprovazione, poi scosse la testa, imbronciato. L’aveva deluso, e lei fulminò con lo sguardo il terreno per nascondere la propria mortificazione. Voleva fare una buona impressione su di lui, ma adesso non sapeva più cosa dire.
Con voce fredda, lui disse: “Pensi che per il Signore dei Draghi Atarka la cosa migliore sia uccidere tua sorella, come fece con vostra madre? È questo che proponi?”
“Certo che no! Intendevo che sono comunque tutti morti. Forse stiamo cercando di mantenere vive le antiche tradizioni con troppo ardore, quando comunque morirebbero naturalmente con il passare del tempo”, borbottò Naiva.
“Cosa ci sarebbe di naturale nella loro morte?” chiese Tae Jin, con calma. “Le antiche tradizioni, come le chiami tu, non sono morte di vecchiaia o in seguito alla negligenza da parte delle persone che le seguivano. Sono state deliberatamente cacciate ed uccise dai draghi, pezzo dopo pezzo, ricordo dopo ricordo. Per tenerle in vita, dobbiamo resistere ai draghi, e non accettare la sconfitta. Forse conterà poco. Forse questo non avrà più importanza quando passeranno delle altre generazioni. Però, forse, l’avrà. Ma soltanto se è stato lasciato qualcosa da scoprire, per quanto piccolo e insignificante. Ecco perché mia madre mi inviò nelle terre selvagge.”
Baishya si inginocchiò dall’altro lato di Tae Jin, offrendogli ago e filo. “Sì, lo capisco, Tae Jin. Seguo un percorso simile. Ciò che manteniamo in vita è ciò che ci cuce al passato. Il futuro non è scritto. Vuoi che i signori dei draghi siano gli unici giudici che decidono cosa arriverà ai posteri, Nai?”
“Certo che no. Non è quello che intendevo.” Ma, in un certo modo, era ciò che avevano fatto trasparire le sue parole. Che fastidio palesare a tutti di essere nel torto!
Tae Jin fece per prendere l’ago. Lo spostamento del sue braccio e della sua spalla lo fece sussultare. Naiva si inclinò in avanti e afferrò l’ago dalle sue dita.
“Lascia che il taglio guarisca. Posso riparare io la tua tunica.”
“Abbiamo molto in comune”, disse Tae Jin a Baishya. I due iniziarono cautamente a parlare dei rispettivi addestramenti, anche se era chiaro che entrambi stessero parlandone vagamente, non volendo condividere troppe informazioni sugli insegnamenti segreti delle rispettive tradizioni. E, soprattutto, non di fronte a qualcuno che non fosse uno sciamano!
Naiva adorava gli insegnamenti della caccia perché erano lineari. L’abilità e l’esperienza erano importanti, ma l’obiettivo era semplice ed il risultato era chiaro. Il popolo deve mangiare. Quelli che riportavano la cacciagione potevano nutrire gli altri e quindi diventavano i membri più preziosi della tribù. Ma non sapeva come dirlo, ora che Baishya e Tae Jin stavano chiaramente approfondendo le tradizioni e gli incantesimi di cui lei non sapeva nulla e che sicuramente non avrebbe mai compreso.
Il pensiero di quella mancanza la ammorbava, come dei ratti che rosicchiavano le sue interiora. Con le labbra premute tra loro, si mise al lavoro per riparare la tunica. Se si fosse tenuta occupata, almeno non sarebbe stata infastidita da sua sorella. Nel rifugio c’era calma, con il fuoco che scoppiettava ed una pentola di brodo che ribolliva. Sorya e Rakhan stavano trasportando l’acqua dal fiume in una cisterna scavata in fondo alla camera, al lavoro per far stare tutti al sicuro.
“Hai una buona abilità nel cucito, Naiva”, disse Tae Jin, improvvisamente.
C’era caldo vicino al fuoco. Le sue guance sembravano incandescenti.
“Tutti i cacciatori devono poter riparare ogni componente del proprio equipaggiamento.” Fece scorrere la sua mano sul tessuto. Era più liscio e più sottile di qualsiasi tessuto che avesse mai toccato. “Di che cos’è? Noi solitamente utilizziamo pelle e feltro.”
“Non hai mai indossato della lana?”
“Non delicata quanto questa. Alcuni degli anziani hanno dei mantelli di lana che usano per dormire, dato che per loro risulta difficile scaldarsi. Ma non tessiamo mai mantelli del genere. Li scambiamo con il tuo popolo o con i Dromoka.”
“Viene fatto con la lana delle capre.”
“Capre? Tipo le capre di montagna?”
“No, un altro tipo di capra. Una capra addomesticata e più piccola, che vive insieme agli umanoidi. Sono creature robuste che abbondano nelle montagne dalle quali provengo.”

Montagna | Illustrazione di Florian de Gesincourt
“Quelle montagne sono diverse dalle nostre montagne?”
Lui sorrise. “Non ho mai viaggiato per le vostre montagne, quindi non saprei.”
“Come sei arrivato qui? Voglio dire, come facevi a conoscere la strada? Quel drago ti ha inseguito per tutto il tempo? O ti ha dato la caccia solo successivamente?”
“Tae Jin dovrà aspettare per rispondere a queste domande”, disse Nonna.
Si avvicinò, appoggiandosi alla lancia. Sembrava esausta. Entrambe le ragazze si alzarono velocemente e in contemporanea per sorreggerle le braccia, una per lato. La sistemarono sul mantello ricavato dalla pelle di Anchin. Lei appoggiò la schiena contro la roccia, con uno stanco sospiro.
“Dov’è Fec?” chiese Naiva.
“A nascondere le interiora nel fiume, dentro dei sacchi per celarne l’odore. Le mie ossa sono vecchie.” Chiuse gli occhi. Per un terribile momento Naiva pensò che fosse svenuta, ma stava solamente riposando.
Dopo un attimo di silenzio, si rivolse al giovane nel suo solito tono brusco.
“La tua storia non è ancora finita. Ora posso ascoltarti.”
Lui indossò la tunica riparata. Le macchie di umido dove Baishya aveva sciacquato gli schizzi di sangue producevano un filo di vapore al calore del fuoco. Il vento fuori si stava alzando, e si udiva come un lamento che partiva dal tunnel di entrata. Il fumo fluttuava verso l’alto, verso le fratture della camera di roccia, e lui iniziò a parlare. A Naiva sembrò che i filamenti di fumo si deformassero e attorcigliassero al ritmo della sua narrazione, come se componessero immagini relative al racconto stesso, in quanto le voci e le parole trasportavano una magia che permetteva a chi ascoltava di vedere ciò a cui non aveva assistito personalmente.
Per tutta quella miserabile notte, soffrii alternandomi tra sudore e tremori, man mano che la potenza del veleno diminuiva lentamente. Non c’era da meravigliarsi che altri quattro teschi di drago si fossero uniti a quello di nostra sorella, Merrevia Sal, come decorazioni sui loro cancelli. Avevano solamente bisogno di ferire il proprio bersaglio e rintracciarlo mentre si indeboliva.
Ma io ero molto più resistente, o forse fui soltanto abbastanza fortunato da ricevere solamente un graffio, al posto di una ferita più profonda che avrebbe potuto far diffondere il veleno fino ai miei cuori. Al sorgere del sole mi sentivo fiacco, ma almeno riuscivo ad estendere e ritrarre il mio artiglio senza provare dolore, anche se il mio polpaccio risultava ancora intorpidito.
I fuochi di vedetta era rimasti accesi tutta la notte a valle. Avevamo udito un distante rumoreggiare di attività, come se avessimo attirato delle formiche fuori dal loro nido. Man mano che la luce cambiava, i fuochi vennero spenti. Dei corni risuonarono con acuto entusiasmo. Nicol aveva passato tutta la notte in silenziosa contemplazione, appollaiato sulla cima della montagna. Al suono dei corni, ridacchiò tranquillamente , come se trovasse tutto estremamente divertente. Io non ero divertito per nulla.
“Dovremmo andare”, dissi. “Non hanno paura di noi.”
“Presto impareranno ad avere paura.” Allungò il collo, sporgendosi per avere una migliore visuale della base della montagna. Un sibilo di fuoco fuoriuscì dalle sue narici. “Che strano. Un viaggiatore solitario sta scalando per raggiungerci. Quale fragile umano oserebbe tanto?”

Cavaliere Novizio | Illustrazione di Yongjae Choi
“Forse è una trappola.”
La curiosità mi stuzzicò, e volai fuori dalle ombre per unirmi a lui. Il sole nascente inondò la mia vista. Una piccola figura arrancava in modo regolare in salita, facendosi strada in mezzo ad una scia di rocce sparse, probabilmente i detriti di un’antica eruzione. Mentre il bipede si avvicinava, iniziò a salutare cordialmente e, con un sorriso stranamente rilassato, continuò a salire verso di noi.
“Non bruciarlo”, sussurrai, mentre Nicol stava sollevando la testa e sporgendosi in avanti come per balzare su quell’anima coraggiosa.
“Bruciare è così primitivo, Ugin. Sto sviluppando alcuni metodi più sottili. Comunque, non penso affatto che sia un vero umanoide.”
“Fratelli! Saluti.” Disse il bipede ad alta voce. “Mi sorprende vedervi qui. Questo luogo non è più sicuro per la nostra specie.”
“Chromium Rhuell?” Indietreggiai per lo stupore.
Nicol si appoggiò sulle proprie cosce con uno sbuffo infastidito. “Come riesci a farlo?”
“Fare cosa?” Chiese il bipede, che appariva esteriormente come un importante umano, tranne per il modo in cui i suoi occhi brillavano come zaffiri, ricolmi di potere draconico.
“Trasformarti in forma umana in modo così convincente.” Nicol inspirò l’aria con una smorfia. “E hai anche l’odore di un umano. Rancido ed incredulo.”
“È un trucchetto che ho imparato per camminare tra loro.”
Nicol mi lanciò uno sguardo per vedere come avrei reagito a questa affermazione straordinaria.
“E che cos’hai osservato, fratello?” Chiesi.
“Gli umani sono piuttosto affascinanti, e c’è così tanto da conoscere su di loro. Da dove posso cominciare?”
“Da quelli che vivono qui, all’ombra della montagna della nostra nascita”, disse Nicol.
Il volto umano indossa espressioni come fossero vestiti, facendo trapelare le emozioni a volontà. Corrugando la fronte, Rhuell scosse la sua testa umana in segno di disapprovazione e fece toccare i suoi pugni l’uno contro l’altro. “Questi umani sono uccisori di draghi. Il loro capo è un vecchio che cacciò un drago da giovane e tutt’ora se ne compiace interminabilmente mentre se ne sta seduto su una sedia costruita dalle sue ossa. Ha decretato che ogni persona che uccide un drago si unirà ai ranghi dei suoi eredi.”
“I suoi eredi?”
“Coloro che possono sperare di governare come capo in seguito alla sua morte.”
Nicol si fece scappare un leggero brontolio, come se la risposta lo soddisfacesse. “Capisco. Molto utile.”
Gli avrei chiesto cosa intendesse dicendo che fosse “utile”, ma Chromium Rhuell stava già proseguendo il suo discorso.
“E non è tutto. Il capo sostiene che l’intervento divino lo abbia elevato ad uno stato superiore rispetto ai suoi sudditi inferiori. Coloro che vengono toccati dal sangue di drago, o che lo bevono, o mangiano, sono considerati sacri e possono vivere una vita ricca e agiata mentre i meno fortunati li servono come schiavi.”

Addestratore della Cavalleria | Illustrazione di Slawomir Maniak
Nicol ridacchiò. Il suo malizioso divertimento mi turbava. “Quelli forti o intelligenti abbastanza saranno superiori a quelli deboli e stupidi, giusto? Questi sono i primi umani che ancora non mi hanno disgustato con la loro debolezza e viscida umiltà.”
Con un ringhio di scintille, gli andai contro. “Nicol! Come puoi parlare con approvazione delle persone che hanno assassinato nostra sorella? Pensavo fossi tornato qui per vendicare la sua morte.”
“Ah, quindi ora approvi la vendetta, Ugin? Pensavo preferissi noiosi periodi di meditazione e lo sciatto dominio di Arcades.”
“Non ho fatto nulla per meritare il tuo disdegno. In realtà, non mi piace affatto questo tuo tono di disprezzo. Soprattutto dopo che ti ho salvato dalle fauci di Vaevictis!”
Mi sarei aspettato che controbattesse in preda ad un attacco di rabbia ma, invece, poggiò la testa tra le sue cosce e socchiuse gli occhi. Chi non lo conosceva bene avrebbe potuto pensare che si stesse crogiolando al sole, rilassato e tranquillo, annoiato dal nostro battibecco. Ma lo vidi spesso allentarsi in questo modo quando osservava Arcades e gli umani, ed una preoccupazione irritante mi colpì lo stomaco.
“Cosa proponi di fare, ora che hai camminato tra loro e studiato le loro tradizioni, Fratello Rhuell?” Chiese lui, nel tono più ragionevole possibile.
“Ho intenzione di consultarmi con Arcades. La mia raccomandazione sarebbe di distruggere il capo, i suoi eredi e i suoi accoliti, poi bruciare tutti i templi e spargere sale sui campi. Ci servirà la cooperazione dei nostri fratelli e dei nostri cugini per farcela.”
“Una tale distruzione sembra più avvezza a Vaevictis piuttosto che a te e alla tua osservazione distaccata, Fratello”, disse Nicol, con una smorfia del suo muso che presto si trasformò in un sogghigno.
“Se hai volato su questo territorio, sai ciò che intendo.”
Con una soffice voce ammaliante, Nicol disse: “Fratello Rhuell, non siamo troppo precipitosi di voler inondare tutto col fuoco. Non saresti il primo a dire che c’è qualcosa da imparare?”
“Qualcosa da imparare da loro? Da evitare, vorrai dire! Dopo la scomparsa di tre draghi, decisi di venire in questo luogo per capire cosa stesse succedendo. Vidi i cacciatori del Capo intrappolare ed uccidere un piccolo drago, appena schiuso e, quindi, giovane e vulnerabile. Oltre alle baliste, i cui dardi possono penetrare le nostre scaglie, i loro incantatori hanno instillato le loro stregonerie in un veleno, così da renderlo abbastanza potente da avvelenare perfino la nostra carne. La minaccia verso di noi sarebbe catastrofica se condividessero con altri umanoidi le conoscenze per ucciderci.”
Nicol fece uscire un filo di fumo dalla sua bocca con un sorriso sardonico. “Quindi, ti va bene se uccidiamo sia gli innocenti che sgobbano, sia gli orgogliosi sovrani?”
“No, non è quello che intendevo. Per uccidere il mostro, staccagli la testa. Distruggere la dimora del loro capo, i templi e costringerli ad andarsene dalla montagna della nostra nascita e dalle ossa dei nostri cugini, ecco quello che intendevo.”
“Una tale distruzione è probabile che ne uccida veramente pochi. I portatori di armi potrebbero comunque farsi strada fuori dalla distruzione e trovare una nuova sistemazione da qualche altra parte. Corretto?”
“Non mi interessa dove finiranno i sopravvissuti. Sono creature intelligenti e possono badare al proprio destino fintanto che non mantengano le loro tradizioni da ammazza-draghi.”
“Stai dicendo che gli umani possono uccidersi e torturarsi a vicenda, fintanto che lasciano in pace i draghi?”
Gli occhi da umano si illuminarono con un impulso di fastidio, un accenno del potere nascosto di Chromium Rhuell. “Tu distorci le mie parole. Io osservo. Io non interferisco sul modo in cui si comportano tra di loro.”
“Sarò sincero, una tale filosofia mi suona come una sciocchezza priva di significato. Una regola per loro, ed una regola diversa per noi.”
“Nicol ha ragione”, dissi rapidamente, cercando scioccamente di placare gli animi di entrambi. “Ma ciò non significa che prima non dovremo consultarci con Arcades sul da farsi.”
Ma l’ira del nostro fratello maggiore si infiammò in un lampo di abbagliante luce azzurra. L’aria attorno a noi vorticò. Una forte raffica di vento mi spinse indietro con un soffio. Quando quella foschia dal bianco accecante si diradò, Chromium Rhuell, in tutta la sua magnificenza draconica, incombeva su di noi, splendente come uno specchio che rifletteva la luce. Le sue ali erano ben aperte e la piatta cresta sul suo volto rifletteva il sole nei miei occhi, quindi riuscivo a vedere a malapena.

Chromium, il Mutevole | Illustrazione di Chase Stone
“Capisco ciò che stai facendo, Nicol Bolas. Distorci le parole perché assumano la forma che preferisci, poi le distorci nuovamente per assecondare i tuoi desideri. Tu sei il minore tra tutti noi, ultimo caduto. Non sei nemmeno un drago intero, ma solamente la metà di un intero, legato come sei a Ugin. Non tentare mai più di sfidarmi o te ne pentirai.”
Con un potente battito d’ali, volò via, incanalando una corrente ascensionale e vorticando rapidamente sempre più in alto nei cieli, fin quando anche la nostra acuta vista non ne perse le tracce.
Nicol sospirò una lunga esalazione di calore.
“Perché l’hai provocato?” Gli domandai. “Hai veramente distorto le sue parole.”
Non disse nulla, con lo sguardo ancora fisso nel cielo, ma spostato sulla brillantezza del sole, che imprimeva la volta celeste. Gli umani non potevano osservare il sole a lungo senza il rischio di accecarsi, ma noi draghi possiamo fissare il suo splendore luminoso per quanto tempo desideriamo. Come mi disse una volta Te Ju Ki, la vita di tutte le creature dipende dal sole, ma i draghi sono le uniche creature che, come il sole, possono bruciare senza consumarsi.
“Templi, eredi e sangue”, mormorò Nicol. Con un’espressione pensosa, piegò la testa e solcò il terreno con le corna per lasciare un segno, il segno della sua presenza in quel luogo sulle rocce della montagna della nostra nascita. Poi si alzò in piedi utilizzando le sue zampe posteriori. “Non vedi, Ugin? I nostri nemici stanno arrivando. Andiamo ad incontrarli.”
Un grande gruppo di persone armate aveva lasciato l’insediamento principale, guidato da una compagnia di guerrieri a cavallo, ricoperti di scaglie, e da una portantina coperta di tende e trasportata da sei vigorosi giovani. Questo piccolo esercito era accompagnato da alcuni muli imbrigliati in modo da poter trasportare quattro baliste montate su ruote. Gli abitanti ben nutriti e ben vestiti erano in piedi su delle impalcature per lanciare corone di fiori verso i guerrieri. Le persone mal vestite, gracili e sovraccariche di lavoro erano inginocchiate su entrambi i lati del sentiero con le teste abbassate e le mani sugli occhi, ripetendo elogi in modo meccanico: “Che i possenti ci proteggano” e “Il sangue governa i senza sangue.”
Cantando una sostenuta marcia di guerra, gli orgogliosi guerrieri correvano lungo una strada che passava in mezzo alla foresta, portando alla base della montagna. Lì, in una radura nella parte bassa della discesa, una notevole palizzata di tronchi racchiudeva una grande area rettangolare divisa in tre sezioni distinte. Le baliste venivano trascinate fuori dalla palizzata. Il resto dell’esercito camminava in fila nella sezione più esterna, passando al di sotto di un cancello intagliato a forma di drago morente. Su questo grande terreno di assembramento, la fanteria serrò i ranghi e si inginocchiò, inchinandosi con le mani premute sul viso. Il contingente a cavallo passò sotto un secondo cancello, dipinto ed intagliato in modo più elaborato, che raffigurava un uomo coperto di sangue che in una mano stringeva una lancia e nell’altra un artiglio di drago. Qui, gli stallieri portarono i cavalli al riparo all’interno delle scuderie all’aperto, mentre i cavalcatori smontati accompagnavano a piedi la portantina fino al terzo ed ultimo cancello.
In questo punto, anche loro si inginocchiarono e si coprirono il viso in segno di sottomissione, tutti tranne due: un uomo di mezz’età dall’atteggiamento orgoglioso ed una giovane donna con il volto sfregiato ed uno sguardo feroce. Entrambi questi individui indossavano un elmo decorato con una cresta fatta di denti di drago. Avevano il permesso di attraversare un cancello che era, con mio orrore, la spina dorsale incurvata di nostra sorella, tenuta insieme da filamenti di tessuto e pelle.
Il cortile più interno conteneva uno splendido tempio, esattamente proporzionato all’interno di un quadrato perfetto, e presentava l’astuta costruzione di tre tetti, uno sull’altro, ciascuno dipinto con occhi e soli che si alternavano. La portantina venne trasportata sugli scalini del piazzale del tempio e appoggiata, dopodiché i trasportatori si ritirarono immediatamente all’interno di una piccola capanna. I due accompagnatori scostarono la tenda ed un tozzo uomo dai capelli bianchi uscì grazie al loro aiuto. Aveva un’espressione avida e le mani grosse ed irrequiete di un uomo cresciuto con l’abitudine di ottenere sempre ciò che voleva. Sotto le rughe, le macchie dell’età ed il doppio mento si riconoscevano i lineamenti vagamente familiari del capo dei cacciatori che aveva ucciso Merrevia Sal. Agli occhi di un umano, era accaduto molto tempo prima, dato che all’epoca lui era un maschio giovane, forte e sano. Fu difficile riconciliare il mio ricordo di quell’energico cacciatore con il capo impaziente e sbruffone che stava criticando duramente i due giovani che erano accorsi ad assisterlo perché non l’avevano fatto sedere abbastanza velocemente sul divano imbottito che si trovava sotto il portico del tempio. Incassarono l’abuso senza battere ciglio, scambiandosi lo sguardo una volta sola, e quello sguardo era colmo di tensione duratura, come due tigri che inseguono la medesima preda.
Le mie ossa ronzarono. Dei sussurri giunsero alla mia mente, mentre il vento si lamentava sul picco.
Lei è più giovane di te, e al capo lei piace perché pensa che sia più forte e più coraggiosa. Lei vuole vivere più a lungo di te e strozzarti quando lui morirà.
Lui non si fida di te, e non l’ha mai fatto. Ti considera l’ultima arrivata, indegna e volubile, ed una delle sue spie ti pugnalerà alla schiena nell’attimo in cui gli si presenterà un’opportunità.

Corrosione Psichica | Illustrazione di Bastien L. Deharme
Una nuvola coprì il sole per un breve attimo, liberando la mia mente da quelle controverse fantasie.
Più in basso, una sacerdotessa, i cui occhi erano stati bruciati, si incamminò fuori dagli oscuri interni del tempio. Trasportava un calice intagliato in un osso di drago. Il calice era colmo di sangue di drago, rappreso e stantio, eppure il capo lo bevve con soddisfazione ed offrì ciò che rimaneva ai suoi due compagni. Altre sacerdotesse si affrettarono ad uscire per pulire i suoi piedi gonfi ed il suo volto arrossato.
“Dimostrate di essere degni”, disse ai suoi compagni. “Portatemi la testa del drago ferito dalla mia balista.”
Le campane ed i tamburi iniziarono a suonare. I guerrieri nel cortile esterno urlarono con uno stridio che, anche da quella distanza, penetrò con forza nelle mie ossa. Ossa che questi terribili umani desideravano utilizzare per abbellire i loro palazzi ed i loro templi.
“È curioso, vero?” disse Nicol.
“Ciò che è curioso è il fatto che noi siamo ancora qui ad osservare e non siamo volati via insieme a nostro fratello.”
“Non trovi che tutto questo sia veramente illuminante? Quei due che lo accompagnano così assiduamente sono due dei suoi eredi.”
“Come fai a saperlo?”
Ridacchiò e non rispose. “Quindi, dove sono gli altri due eredi?”
“Sicuramente negli altri insediamenti torreggiati dai draghi.”
“Esattamente. Sarà facile.”
“Cosa sarà facile?”
“Non hai compreso la debolezza della loro filosofia, Ugin? Mi deludi.”
Scatenò un potente ruggito e si lanciò in aria, con le ali spiegate. Era talmente sicuro che l’avrei seguito, e così feci. Chromium Rhuell poteva anche parlare in modo avveduto, ma non avevo ragione di fidarmi di lui più di quanto mi fidassi di Nicol. Dopotutto non era il mio gemello, era solo un fratello dello stesso battito d’ali che non si era dimostrato troppo rispettoso né verso Nicol, né verso di me. Quel commento riguardo al fatto che noi due fossimo “gli ultimi dei caduti” aveva infastidito anche me, nonostante intendesse rivolgerlo al mio gemello.
Volammo verso l’insediamento dell’erede più lontano. Durante la notte erano stati inviati dei messaggeri dalla dimora del capo. Quando Nicol avvistò un giovane che correva a passo regolare nella stessa direzione nella quale eravamo diretti noi, si buttò in picchiata, catturò il giovane tra i suoi artigli e, mentre l’umano urlava e si divincolava, gli staccò la testa con un morso. Poi, con noncuranza, fece cadere il corpo nella foresta.
“Nicol! Era davvero necessario prendere la vita di quel giovane innocente?”
“Come sta il tuo artiglio, Ugin? Ti fa ancora male? La tua carne è ancora intorpidita? O vorresti che tutti gli insediamenti si rivoltino contro di noi quando i messaggeri li raggiungeranno?”
“Potremmo semplicemente volare via.”
“E lasciare che uccidano altri draghi? Che diffondano i loro usi e la loro conoscenza ad altri umanoidi? Non penso proprio. Sto facendo ciò che è meglio per tutti noi. Non è quello che vuoi anche tu?”
Era difficile discutere con il dolore alla mia zampa posteriore.
Costruito vicino alle sponde di un lago, l’insediamento più distante vantava la sua versione in miniatura del tempio quadrato, una modesta dimora del capo decorata con un teschio di drago ed una palizzata che separava gli edifici interni dei favoriti dalle umili capanne dei sudditi. La costa del lago era tappezzata da file e file di pesce essiccato al sole, e vasche di interiora di pesce e sale che fermentavano con un fetore che si innalzava fino al cielo.
La palizzata era talmente recente che ancora si vedeva la terra smossa dalla sua vicina costruzione, rivelando fragili radici e pallidi vermi grassocci. Questo erede possedeva una sola balista posizionata al cancello dell’insediamento e che puntava verso la strada, come se si preoccupasse più dei nemici umani rispetto ai draghi in volo. Io volai verso il lago, non volendo avvicinarmi troppo ai dardi impregnati di veleno di quell’arma. Nicol tracciò un grosso cerchio attorno all’insediamento e ai suoi campi, assicurandosi che tutti l’avessero visto.

Nicol Bolas, il Devastatore | Illustrazione di Svetlin Velinov
Quando i corni e i tamburi suonarono l’allarme, un giovane uomo che indossava un elmo crestato corse fuori dalla dimora del capo. Era bello e alto, con le braccia e il collo decorati da gioielli dorati che brillavano come fossero di pura luce solare. Come lui, i suoi guerrieri erano ricoperti da un’armatura di scaglie di drago. Quelle scaglie un tempo appartenevano al drago che aveva ucciso, ne ero sicuro: esse brillavano di un delicato colore verde sotto la luce del sole, donando ai guerrieri una luminosa bellezza rubata ad uno di noi. C’era qualcosa di preventivo, eppure comunque indeciso, nei modi dell’ammazza-draghi, mentre fissava Nicol come Nicol fissava solitamente il sole.
Cosa stava aspettando Nicol? Qual era il suo piano? Il suo lento volare in circolo aveva un effetto stranamente ipnotico, tale che, mentre mi adagiavo su una corrente ascensionale, non riuscii a distogliere lo sguardo da quella strana scena, chiedendomi che cosa sarebbe accaduto.
I tamburi si zittirono e i corni si calmarono. Una brezza si faceva strada tra i rami degli alberi. L’acqua del lago toccava delicatamente la costa con dei piccoli sospiri.
Le mie ossa ronzarono. I sussurri invasero la mia testa con una voce che sembrava sempre meno quella dei distorti borbottii di un vento furioso e sempre più quella di Nicol.
Il vecchio capo ha già vissuto ben oltre il fiore degli anni. Chi è lui per pretendere obbedienza quando non riesce nemmeno a scagliare una lancia con abbastanza precisione o forza da uccidere un cervo. Figuriamoci un uomo. Figuriamoci un drago! Ha cresciuto tre persone perché diventino i suoi eredi favoriti mentre quello che ripudia è proprio il suo primogenito, nonostante quel valoroso figlio abbia ucciso infine un drago, dopo tutti gli anni di ingiurie per i suoi fallimenti. Tutti concordano sul fatto che gli dei abbiano fornito il loro favore al vecchio. Quel favore dovrebbe passare di diritto al figlio, giusto? E invece è stato spinto nel recesso più lontano del dominio, costretto a governare dei pescatori e vivere in mezzo al fetore.
E se questo degno figlio avesse qualcosa di meglio del teschio di un drago come trofeo? E se avesse dei veri draghi al proprio comando? Uccidere un drago è una grandiosa impresa per un cacciatore, certo, non da poco. Ma che un drago sia al servizio di un umano? Questo sì che definisce un leader.
Potrebbe essere il tuo caso. Se marciassi contro gli altri eredi. Se li sconfiggessi e uccidessi tuo padre. Un drago potrebbe rispettare una persona del genere, non credi?
Non riuscii subito a capire. Gli insegnamenti calmi e pacati di Te Ju Ki avevano trovato una casa nel mio cuore: erano ragionevoli per me. Anche quando il giovane mobilitò i suoi guerrieri e rivolse loro un portentoso discorso riguardo la potenza dei draghi e di come avessero mostrato il loro favore volando nel cielo invece di bruciare l’insediamento o uccidere qualcuno, non riuscivo a capire. Perfino quando marciarono fuori dall’insediamento con un fervore rinnovato, e lui montò su uno splendido stallone con i suoi ufficiali ricoperti di scaglie al fianco, non riuscivo a capire. Ero convinto che stessero andando ad unire le forze con gli altri, così che potessero affrontarci insieme, anche quando questa linea di azione non avrebbe avuto molto senso. Noi, due draghi, eravamo lì, proprio di fronte a loro. Il figlio del capo continuava a gesticolare verso Nicol, che rimaneva in aria tenendo cautamente d’occhio la balista, ma mantenendo comunque la sua attenzione quasi completamente sull’umano.
Quando l’ultimo soldato di fanteria attraversò il cancello, Nicol si appoggiò sulla grande capanna del capo. Usò i suoi artigli per solcare la sua trave sporgente, marchiandola, e ruggì una sola volta, come ad indicare una sfida o una benedizione. I ranghi dell’esercito esultarono in risposta. Cantando le loro violente canzoni, marciarono verso l’insediamento centrale.
Nicol volò verso la mia posizione vicino al lago, nella quale ero rimasto esitante fino a quel momento.
“Ora torniamo alla montagna della nascita”, disse.
“Cosa stai facendo?” gli chiesi.
“Oh, Ugin, ancora non capisci? Gli umani sono pervasi di odio, invidia, paura e avidità. È facile far sì che compino il nostro volere. Bisogna solo sapere dove inserire l’artiglio per ottenere la reazione desiderata.”
Il figlio del capo marciò verso l’insediamento centrale, ora sguarnito della sua guarnigione di temibili guerrieri, uccise i sostenitori del capo e si posò sul trono. Nel frattempo, Nicol si appollaiò in cima alla montagna della nascita e, con la sua presenza in quel punto, attirò i due eredi, ciascuno con il suo gruppo di guerrieri, sempre più in alto per le salite, girando sempre più in tondo, finché le due fazioni si ritrovarono faccia a faccia al di sopra di una distesa accidentata di antica lava. In quel luogo, combatterono aspramente tra le affilate pietre: l’uomo di mezza età contro la giovane donna. Mentre le due armate si scontravano, Nicol volò in basso, verso il tempio indifeso, e rase al suolo l’edificio, insieme ai suoi accoliti.

Illustrazione di Chris Rallis
Ma mantenne in vita il capo, frastornato in mezzo a tutte quelle ossa e quelle travi bruciate. Raccolse il vecchio tra i suoi artigli in modo quasi tenero e volò insieme a lui fino al quarto ed ultimo insediamento, dove la seconda moglie del capo si era stabilita come una degli eredi dopo che anche lei ebbe ucciso un drago. Lei era la maga che aveva ideato per prima il veleno.
Quando Nicol posò gentilmente il vecchio, solo e indifeso, nel suo cortile, lei uscì di corsa. Era una donna notevole, con uno scintillio di intelligenza che le illuminava il volto. I suoi capelli intrecciati, raccolti sulla sua testa, erano decorati con perle e gemme. I servitori armati si inchinarono di fronte all’anziano capo, che perfino in quello stato trasandato e terrorizzato le urlava ordini, richiedendo un bagno, del cibo e dei nuovi vestiti adatti alla propria posizione.
Le mie ossa ronzarono. I sussurri erano sempre più forti.
Lui ti ha strappato il segreto del veleno. Lo ha condiviso con altri e ha rubato ciò che era un tuo diritto: succedergli come capo grazie alla tua astuzia ed intelligenza, a differenza degli altri eredi, che hanno semplicemente beneficiato del tuo genio. Sei tu l’unica degna. Eppure quei due usurpatori che siedono al suo fianco e lo adulano pensano di meritare lo stendardo dell’uccisore di draghi, mentre quel piagnucolone del figlio della sua prima moglie cerca di appropriarsi di ciò che ti appartiene.
Lei schioccò le dita. I suoi servitori fecero un salto e formarono un anello attorno al capo, con le armi che non puntavano verso l’esterno per proteggerlo, ma verso l’interno per minacciarlo.
“Che inganno è questo?” gridò lui. “Mi devi ogni cosa. Ti ho cresciuta dalla capanna di sterpaglie paludose nella quale eri nata. Ti ho permesso di imparare dai miei maghi più capaci. Ti inchinerai a me, come è giusto che sia.”
Lei camminò in avanti e premette la punta dell’artiglio di drago in cima al suo bastone contro il viso di lui finché, tremante, non cadde in ginocchio di fronte a lei.
“Vecchio stolto! Mi sono cresciuta da sola nonostante tu mi usassi come fossi tua schiava. Hai rubato ciò che dovrebbe essere mio di diritto.”
Lo pugnalò una, due, tre volte e fece gettare il suo corpo gonfio e sanguinolento in mezzo ai nauseabondi scarti di una latrina.
“In marcia!” Gridò lei alla sua gente. “Gli indegni e gli usurpatori si inchineranno a me!”
Voi, miei studenti Jeskai, potreste non aver mai sentito parlare della guerra degli ammazza-draghi. Avvenì molto tempo fa in un luogo a voi sconosciuto. Nessuno ha scritto di questa storia perché la scrittura ancora non esisteva, ed i sopravvissuti raccontarono una storia diversa rispetto a quella che vi sto raccontando ora. Quindi, la verità riguardo quegli avvenimenti è andata perduta, perfino ai loro discendenti.
Per quanto riguarda me, io ero appollaiato in cima alla montagna della nascita, sconvolto da ciò a cui avevo assistito perché non sapevo cosa fare o perché gli umani si fossero comportati in modo talmente violento e orribile l’uno con l’altro. Il combattimento infuriò in una tempesta di distruzione finché non rimasero solamente la moglie ed il figlio, barricati dietro delle mura molto più alte, e con ciò che rimaneva degli eserciti degli altri due eredi spartiti tra di loro. I campi non vennero più coltivati. La gente iniziava a morire di fame. Non c’era nulla che potessi fare, o almeno questo è quello che continuavo a pensare, con i miei pensieri che continuavano a girare in circolo, sempre e continuamente.
Arrivata la notte, mi svegliai da un sonno agitato per scoprire che Nicol non c’era più. Volai seguendo la sua traccia, perché tutti i draghi riescono a seguire la scia di braci sparse lasciata dalla loro razza. Sembrava che la sua voce fosse intrappolata nella mia mente, come se mi stesse ancora parlando.
“Vieni ad assistere alla fine, Ugin. Vieni ad assistere all’inizio.”
Nell’insediamento centrale, all’interno del grande cortile di fronte alla dimora del capo, le torce bruciavano. Nicol si appollaiò sulla dimora con gli occhi scintillanti come gemme nella notte. Era veramente una magia bizzarra che gli permetteva di appoggiarsi completamente sulla trave del tetto senza che il suo enorme peso facesse crollare l’intera struttura, ma noi draghi abbiamo molti filamenti di magia intessuti nel nostro essere.
Nel cortile, il figlio del capo e la seconda moglie del capo erano uno di fronte all’altra. Come erano arrivati lì, e perché fossero disarmati, non saprei dirlo, ma stavano così bene insieme, come la degna conclusione di una storia romantica.
“Oggi è il giorno del matrimonio tra gli eredi dell’uccisore di draghi, colui che per primo uccise una di quelle terribili bestie.”
Non sapevo chi fosse a parlare. Le mie orecchie sembravano ovattate, ed il mio cuore era oscuro di inquietudine.
“Congiungete le vostre mani con il giuramento.”
Lei allungò le braccia. Quelle di lui le incontrarono. Le loro dita si intrecciarono.
“Che il vostro giuramento sia siglato con il sangue.”
Si lasciarono. La luce della torcia fece tremolare le ombre di quella scena, mentre entrambi prendevano l’artiglio di drago del rispettivo regno: lei il bastone, e lui un lungo coltello. Conficcarono i propri artigli nel petto dell’altro, caddero insieme e, impregnati del miscuglio di sangue di entrambi, morirono.
“Hanno compiuto il giusto sacrificio”, disse la voce. Era Nicol, che si stava alzando dalla trave del tetto, con le corna lucenti e gli occhi che brillavano con un fascino stordente. “Perché ora comprendete la verità del sangue di drago. Ora sono io a dominarvi. Io sono il vostro vero leader. Inchinatevi dinanzi a me.”
Un ampio e spaventato sospiro si levò dalle gente lì riunita. Caddero tutti in ginocchio, con le mani premute contro i loro volti.
“Cosa stai facendo?” Gridai. “Non è questo che ti ha insegnato Arcades!”
“Ma certo che me l’ha insegnato Arcades”, disse, voltandosi verso di me.
Nelle profondità del suo sguardo lucente colsi uno scorcio dei fratelli con il carro, quelli dell’ordinato regno di Arcades, che lavoravano in completo accordo. Quella pace era stata frantumata dall’improvvisa riscoperta di un rancore a lungo sepolto perché Nicol aveva affondato un artiglio di dubbio ed invidia in un cuore vulnerabile. L’uomo, scosso fino a quel punto, aveva ceduto ad un sussurro che liberò la sua parte peggiore.

Omicidio | Illustrazione di Tyler Jacobson
“Ugin, lo sai che ho ragione”, disse dolcemente il mio gemello, in modo così ammaliante. La sua voce aveva un tono così gentile, così persuasivo, così credibile nella sua argomentazione. “Ora che utilizziamo la magia, non esiste nulla che possa impedirci di costruire un dominio ancora più esteso, di estendere la nostra influenza, di ottenere la nostra vendetta verso Vaevictis ed i suoi burberi fratelli, di far capire chi comanda ai nostri altri fratelli. Ultimi dei caduti! Vedranno di cosa siamo capaci. Gliela faremo vedere, vero? Non saremo più gli ultimi. Si inchineranno di fronte a noi. Sai che è ciò che vuoi anche tu. Il potere può diventare nostro. Sarà nostro.”
Ma non era il potere ciò che volevo. Non mi aveva compreso per nulla. Non gli interessava nemmeno comprendermi. L’unica cosa di cui si interessava era ottenere ciò che desiderava, indipendentemente dalle conseguenze per chi gli era vicino. Indipendentemente dalle conseguenze per me.
Ah! Quanto dolore provarono i miei cuori, una bruciante cascata di sgomento e tradimento.
Fratello mio, gemello mio.
Era già abbastanza grave che avesse manipolato le menti di quegli umani in modo così spietato e gioioso, solamente per ottenere ciò che desiderava da loro.
Lo capii in quel momento, ma aveva intenzione di violare anche la mia mente.
Fratello mio, gemello mio.
Aveva intenzione di esporre la mia parte peggiore, perché lui aveva ceduto alla parte peggiore di sé, e voleva trascinarmi a fondo insieme a lui.
No, la situazione era ancora peggiore.
Voleva usarmi per i suoi fini, perché non gli era mai importato veramente di me.
Il legame che condividevamo. La fiducia che riponevamo l’uno nell’altro. Era tutto vuoto, spezzato, falso.
Una scintilla calda e penetrante si infiammò nel mio cuore e nella mia testa. La mia carne bruciò come se si stesse incenerendo e carbonizzando.
Un vento tagliente turbinò da dentro e fuori i cieli per trascinarmi all’interno di una terrificante tempesta di oscurità, nella quale non riuscivo nemmeno a respirare e percepivo i miei polmoni come schiacciati da un colossale peso. Una forza distorse il mio corpo come se stesse cercando di rivoltarmi completamente. Per un attimo, la mia mente si svuotò, senza vedere né percepire nulla, e poi, con uno strattone, tornai in me.
Con mia grande sorpresa, mi ritrovai a galla su un monotono mare, talmente piatto e calmo da poter vedere il mio riflesso sull’acqua: le mie corna, le mie scaglie e i miei occhi, come delle scintille gemelle che bruciavano luminose. Mi feci trasportare in stato di perplessità, ferito dal lutto di aver perduto il fratello del quale mi ero sempre fidato e stupefatto dall’assoluta e beffarda sorpresa di essere stato strappato dall’unico posto di cui avevo conoscenza e lanciato nello spazio tra i piani.
Per quello compresi che Te Ju Ki mi aveva insegnato la verità, e aveva visto questo luogo in una visione. Lei era fisicamente fragile, legata al suolo della sua dimora, ma la sua mente poteva raggiungere vette che il suo corpo e la sua magia non potevano.
Credeva che nessuno potesse attraversare i mondi, ma in quel momento ero lì, a camminare tra i piani di cui mi aveva parlato.
Con quel pensiero utilizzato come ancora, caddi come una stella cadente: impotente, infiammato e annientato al suo passaggio.
Quando mi risvegliai nuovamente nel mio corpo, ero qui, sveglio, rinnovato, vivo, su Tarkir. E percepii che questa terra mi aveva accolto, come se fossi finalmente arrivato a casa.
Nicol aveva avuto ragione, dopotutto: avevo assistito alla fine, e questo era il mio nuovo inizio.
Tae Jin si interruppe. Un tuono echeggiò in lontananza, facendo tremare la roccia. Il lamento del vento aveva raggiunto un tono più alto e irrequieto.
“E poi, cos’è successo?” chiese Naiva.
Nonna alzò una mano per ricordarle che Fec, Rakhan e Sorya stavano dormendo così che potessero fare un turno di guardia più tardi. A voce bassa, lei disse: “Puoi andare avanti con la storia, Tae Jin.”
Lui scosse la testa. “È tutto ciò che conosco. La pergamena che ho memorizzato termina qui.”

Pergamena dei Maestri | Illustrazione di Lake Hurwitz
Naiva sbuffò. Baishya portò le mani alla bocca.
Nonna annuì con la sua solita calma. La luce del fuoco tremolava sul suo viso e la faceva sembrare uno spirito del passato che stava sparendo nell’immensa oscurità. “Dunque. Sembra che la tomba di Ugin ci stia richiamando per poter terminare la storia.”
“Cos’è rimasto da raccontare?” chiese Tae Jin. “La storia non racconta forse dell’arrivo dello Spirito Drago su Tarkir?”
“Diciotto anni fa, fui testimone di una battaglia nei cieli che si concluse con la morte di Ugin. Quella battaglia pose fine al Tarkir che conoscevo. Quella battaglia portò tutti i clan su un nuovo percorso, un nuovo inizio. Quel giorno, c’era un altro drago nel cielo.”
“Ci dovranno essere stati moltissimi draghi. Le tempeste fanno nascere i draghi.”
“Quello non era un drago nato dalle tempeste. Quel drago svanì in un lampo di luce dorata, come un secondo sole. Non volò via. Semplicemente, era in un punto, e poi non c’era più.”

Nodo del Fato | Illustrazione di Michael Komarck
“Impossibile”, disse Naiva.
Naiva non aveva mai visto Nonna così seria, ed era una donna che raramente sorrideva.
“Non impossibile se esistono altri piani e pochi potenti individui che possono camminare tra questi piani, passando da un mondo ad un altro come noi faremmo per attraversare un fiume grazie a delle pietre di passaggio.”
“È veramente difficile credere che possa essere vero”, disse Baishya, piano.
“Di certo, io non ci credetti la prima volta che questa conoscenza mi venne trasmessa”, disse Nonna, con uno sguardo severo rivolto a Naiva. “A quel tempo, feci un terribile errore. Una voce mi parlò, dicendomi che stavo agendo per il bene dei clan. Ma fui semplicemente uno strumento utilizzato da un potere ben più grande di me. Quel drago, chiamato Bolas, uccise Ugin. Vidi il corpo dello Spirito Drago nel crepaccio. Udii il suo ultimo respiro, percepii la fine del suo spirito. Ma gli edri evocati da un Planeswalker di nome Sarkhan Vol contenevano una magia a me incomprensibile allora, e che solo ora sto iniziando a comprendere. Parte dell’essenza di Ugin continua a sopravvivere, per quanto fragile e volatile possa essere. Non può essere una coincidenza che proprio Ugin stia cercando in tutti i modi di contattarci. Le visioni sono un avvertimento.”
“Un avvertimento verso che cosa?” chiese Naiva.
Tae Jin ripeté: “Verso che cosa, Yasova Artiglio di Drago? Il peggior scenario è già avvenuto nel momento in cui i signori dei draghi dichiararono fuori legge i nostri clan, i nostri khan e la conoscenza dei nostri antenati.”
“Forse non è il peggior scenario che possa capitare”, disse Nonna.
Il tuono rombò nuovamente, e questa volta gli risposero ululati e ruggiti ovattati. Un tremore si propagò nel terreno, come se un enorme peso fosse appena stato gettato a terra. Fec aprì gli occhi e si mise seduto. Svegliò Rakhan e Sorya, scuotendoli, e tutti presero le proprie armi.
Si udì uno strascico dal tunnel. Naiva afferrò la sua lancia e si accovacciò, in posizione, vicino all’entrata. L’imitazione del richiamo della pernice bianca dichiarò la presenza di un membro del loro gruppo. Lei indietreggiò mentre Matak entrava nella camera con un coltello in mano.
“Prima Madre, è meglio che venga a vedere.”

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